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Alimentazione durante la gravidanza

16 Lug , 2018,
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L’alimentazione in gravidanza, così come la cura del proprio stile di vita generale, rappresentano dei punti cardine per affrontare questo periodo così speciale e delicato nella vita di una donna. Gli adattamenti fisici e le specifiche richieste fisiologiche e metaboliche devono essere soddisfatti nella maniera più opportuna per garantire un buono stato di salute della madre e del nascituro.

Eccessi o carenze nutrizionali possono avere importanti ripercussioni negative su tutte le diverse fasi di sviluppo e crescita del feto e successivamente del neonato, esponendolo a rischio maggiore di sviluppare patologie in età adulta.

Gli esperti nel settore sono concordi nell’affermare che, in termini di prevenzione, il periodo che comprende la fase fetale e i primi due anni del bambino risulta essere cruciale ed è quindi molto importante garantire un corretto apporto energetico e nutrizionale per non generare squilibri.

Un inadeguato apporto energetico in gravidanza può causare un feto di piccole dimensioni rispetto al periodo di accrescimento, con conseguente basso peso alla nascita e possibile statura ridotta e deficit cognitivi in età adulta.

Al contrario, una condizione di sovrappeso o obesità all’inizio della gravidanza o un eccessivo aumento di peso durante la stessa, possono causare elevato peso del bimbo alla nascita con relativa predisposizione a sviluppare in futuro un eccesso di peso, alterazioni del metabolismo glucidico (diabete) e malattie cardiovascolari.

 

ENERGIA

Molte volte sentiamo ripetere il luogo comune “sei incinta, devi mangiare per due!” ma è ormai noto da tempo che questo vecchio detto delle nonne non corrisponde assolutamente a verità. Per una donna in gravidanza l’introito calorico giornaliero raccomandato è solo moderatamente superiore rispetto alla norma, con un incremento proporzionale allo stato di avanzamento della gestazione, da ottenersi tramite un aumento dell’apporto di macronutrienti graduale e bilanciato.

In precedenza abbiamo accennato ai rischi che un aumento eccessivo di peso della gestante può comportare per la salute del bambino, e questi riguardano ovviamente anche la madre stessa, la quale si espone ad un maggiore rischio di sviluppare diabete gestazionale (con relativa propensione a soffrire in futuro di diabete di tipo 2), aborto spontaneo, gestosi  complicanze durante il parto.

L’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha stabilito per l’adeguamento calorico della donna in gravidanza per quanto riguarda le donne normopeso: circa 70 kcal/die nel primo trimestre, 260 kcal/die nel secondo e 500 kcal/die negli ultimi tre mesi, con un aumento di peso complessivo da mantenere entro gli 11-15 kg.

Nel caso in cui la donna sia in stato di sovrappeso/obesità o, al contrario, di sottopeso all’inizio della gravidanza, le indicazioni si modificano. Nel primo caso la maggiorazione calorica giornaliera dovrà essere più contenuta e l’aumento complessivo di peso non dovrebbe superare i 6-11kg. L’intero periodo della gravidanza potrà così essere sfruttato per ottenere una riduzione della massa grassa, al fine di ritrovarsi con un peso inferiore dopo il parto. Nel secondo caso, viceversa, l’incremento calorico potrà essere leggermente maggiore e l’aumento ponderale può arrivare a 18kg complessivi.

In ogni caso è sempre buona norma fare riferimento al proprio medico curante e alla figura specializzata del dietista per una corretta valutazione dei fabbisogni calorici e nutrizionali specifici e impostare una dieta adeguata ad evitare il rischio di pericolosi squilibri nutrizionali.

 

PROTEINE

Date le maggiori richieste plastiche dovute alla sintesi di tutti i nuovi tessuti materni e fetali nelle varie fasi della gravidanza, le proteine diventano il nutriente di più grande importanza e il loro fabbisogno è quello che maggiormente si modifica.

Il normale apporto raccomandato aumenta di circa 1 g/die nel primo trimestre, 9 g/die nel successivo e 29 g/die nel terzo e ultimo, quando sono massime le esigenze di crescita.

Oltre alla quantità occorre prestare attenzione alla qualità delle proteine assunte. Come sappiamo quelle animali hanno un valore biologico superiore, dal momento che sono complete di tutti i 9 aminoacidi essenziali che il nostro organismo non sintetizza. Le proteine vegetali hanno qualità inferiore in quanto carenti di uno o più di questi aminoacidi, carenze che possono essere in parte compensate da corretti abbinamenti delle diverse fonti (cereali, legumi) per ottenere una qualità proteica complessiva più elevata. Un inadeguato apporto proteico potrebbe incidere negativamente su peso e lunghezza del futuro nascituro.

 

GRASSI

Per questo nutriente non sono necessari particolari adattamenti quantitativi rispetto alle indicazioni generali che raccomandano un apporto variabile dal 20-35% del totale calorico giornaliero. Molto importante però curarne la qualità. Gli acidi grassi omega 3, EPA e DHA, ricoprono un ruolo fondamentale nel corretto sviluppo cerebrale e della vista, in particolar modo il DHA che costituisce le cellule cerebrali e i bastoncelli della retina.

Il loro fabbisogno risulta praticamente raddoppiato e la normale sintesi endogena si rivela insufficiente per poterlo soddisfare. Per aumentarne l’introito con la dieta, sono raccomandabili 2-4 porzioni settimanali di pesce, da prediligere pesci grassi di piccola taglia (pesce azzurro, alici, sarde, sgombri), oltre ad un’eventuale integrazione mirata.

 

CARBOIDRATI

Anche per i carboidrati i livelli di assunzione giornaliera non subiscono particolari variazioni rispetto alle linee guida che prevedono un apporto di circa il 45-65% del totale calorico.

Come sempre, attenzione però alla qualità: da prediligere carboidrati complessi, a basso indice glicemico e alimenti ricchi di fibra. A tavola non facciamo mancare cereali integrali, legumi, verdura e frutta. Particolarmente importante limitare gli zuccheri semplici (dolci, bevande zuccherate, zuccheri aggiunti…), che non devono superare il 10% delle calorie giornaliere, per non aumentare il rischio di incorrere nel già citato diabete gestazionale.

 

MICRONUTRIENTI

Vitamine e minerali hanno un ruolo particolarmente rilevante in gravidanza, a causa della loro partecipazione in innumerevoli processi metabolici e fisiologici e per il corretto funzionamento e sviluppo dell’organismo.

Rispetto agli altri nutrienti, il loro fabbisogno cresce, in proporzione, in maniera maggiore, soprattutto con l’avanzare del periodo gestazionale. Eventuali stati carenziali potrebbero esporre la madre ed il feto a conseguenze severe per la salute e il corretto sviluppo. Ferro, calcio, vitamina D, iodio e acido folico, sono i micronutrienti a cui occorre prestare particolare attenzione.

Il fabbisogno di ferro vede un progressivo aumento per tutti i primi tre mesi, durante i quali si accumula nei tessuti fetali. L’anemia sideropenica è molto diffusa nella popolazione generale e il rischio di svilupparla aumenta durante la gravidanza, proprio a causa delle aumentate richieste fisiologiche. Prodotti animali quali carne e pesce rappresentano le migliori fonti alimentari di ferro, in quanto le fonti vegetali, quali legumi e vegetali a foglia verde, lo forniscono in una forma meno facilmente assimilabile per l’organismo.

Lo iodio garantisce un buon funzionamento della tiroide, importante per la produzione degli ormoni materni e fetali. Il fabbisogno di questo minerale raddoppia in gravidanza e il periodo compreso tra il secondo trimestre di gestazione e il terzo anno di vita del bambino, rappresenta una fase particolarmente a rischio per l’insorgenza di stati carenziali. Buone fonti alimentari sono rappresentate da pesce, crostacei, vegetali e acqua ma molto spesso l’introito di questo minerale si rivela insufficiente a coprire adeguatamente le richieste già per la popolazione generale, diventa perciò sicuramente raccomandabile prevedere un’integrazione mirata già in fase pregravidica, se possibile.

Fondamentale anche il ruolo del calcio, che in gravidanza viene mobilizzato in misura maggiore dall’apparato scheletrico materno per sostenere le esigenze di crescita del feto. Le fonti alimentari più rilevanti sono indubbiamente il latte e i suoi derivati e l’acqua, che spesso viene dimenticata ma è una delle risorse principali che possiamo sfruttare per aumentare l’introito di questo minerale. Meno rilevanti le fonti vegetali come ortaggi (verdure a foglia verde, broccoli, agretti, cavoli, porri) e cereali.

Per il corretto sviluppo della massa ossea del feto, anche la presenza di vitamina D è indispensabile, la quale ha però poche fonti alimentari rilevanti (olio di fegato di merluzzo, pesci grassi, burro, uova). Il nostro organismo è in grado di sintetizzarla grazie all’esposizione ai raggi solari, ma diversi studi hanno evidenziato come stati di ipovitaminosi siano abbastanza frequenti, e si rileva perciò raccomandabile un’integrazione mirata per tutta la durata della gravidanza.

In merito ai folati, dato il ruolo fondamentale che ricoprono nello sviluppo fetale, un’adeguata copertura del fabbisogno è determinante per evitare l’insorgere di gravi conseguenze (es. spina bifida). Per questa loro importanza, il Ministero della Salute raccomanda una supplementazione di acido folico per tutte le donne in età fertile che non escludono attivamente una gravidanza. Tra le fonti alimentari troviamo vegetali a foglia verde, legumi, frutta secca, arance e frattaglie.

 

Un’adeguata cura della propria alimentazione e dello stile di vita rappresentano i punti cardine per il mantenimento del benessere generale e della salute e questo diventa ancora più importante in un periodo bello e delicato come quello della gravidanza, per potersi prendere cura, oltre che di sé stesse, anche del nuovo bimbo in arrivo!

 

  1. Adair LS. Long-term consequences of nutri- tion and growth in early childhood and possible preventive interventions. Nestle Nutr Inst Workshop Ser. 2014;78:111-20.
  2. EFSA Panel on Dietetic Products, Nutrition and Allergies (NDA); Scientific Opinion on Dietary Reference Values for energy. EFSA Journal 2013;11(1):3005. [112 pp.]
  3. LARN SINU 2014 – http://www.sinu.it/html/pag/tabelle_larn_2014_rev.asp
  4. Olivieri A, Vitti P (Ed.). Attività di monitoraggio del programma nazionale per la prevenzione dei disordini da carenza iodica. Roma: Istituto Supe- riore di Sanità; 2014. (Rapporti ISTISAN 14/6).
  5. Olausson H, Goldberg GR, Laskey MA, Schoe- nmakers I, Jarjou LM, Prentice A. Calcium eco- nomy in human pregnancy and lactation. Nutr Res Rev. 2012;25(1):40-67.
  6. De-Regil LM, Palacios C, Lombardo LK, Peña-Rosas JP. Vitamin D supplementation for women during pregnancy. Cochrane Database Syst Rev. 2016;1:CD008873.
  7. Cawley S, Mullaney L, McKeating A, Farren M, Mc- Cartney D, Turner MJ. A review of European gui- delines on periconceptional folic acid supple- mentation. Eur J Clin Nutr. 2016;70(2):143-54.

DIETA VEGETARIANA

28 Mar , 2017,
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In base ad un sondaggio dell’Eurispes (l’Istituto di Ricerca degli Italiani) è in crescita il numero di italiani che decidono di seguire una dieta vegetariana. Nel 2016 la percentuale è salita all’8% contro il 5,7% dell’anno precedente.

In base a questi dati, l’Italia risulta il Paese europeo con il maggior numero di vegetariani, grazie sicuramente anche all’impronta della dieta mediterranea su cui la nostra alimentazione è basata.

Diverse sono le motivazioni che portano a scegliere una dieta vegetariana: chi lo fa per motivi etici, in quanto ritiene ingiusto uccidere gli animali per poi cibarsene; chi per motivi ambientalistici perché la produzione di carne ha un importante impatto ambientale sia per il consumo di risorse (acqua e cereali) che per le emissioni di gas serra; altri sono mossi da motivi salutistici perché ritengono la dieta vegetariana il modello alimentare più sano.

Come vedremo, ci sono basi valide a sostegno di quest’ultima tesi, sempre che la dieta sia condotta in modo equilibrato ed attento.

Ci sono diversi varianti di dieta vegetariana:

Dieta latto-ovo vegetariana

sono esclusi carne e pesce ma vengono consumati uova, latte e derivati. E’ la variante nutrizionalmente più completa perché garantisce l’apporto di proteine animali, ad alto valore biologico e una più ampia gamma di nutrienti;

dieta latto-vegetariana

solo latte e derivati sono ammessi, escluse invece le uova, in quanto considerate “potenziali animali”;

dieta vegana

ogni alimento di origine o derivazione animale deve essere escluso. La dieta si basa solo su alimenti vegetali e generalmente anche al rispetto dell’ambiente relativo alla produzione di tali alimenti viene preso in considerazione. In confronto alle precedenti varianti è quella meno equilibrata e più povera in nutrienti;

dieta vegetariana/vegana crudista

gli alimenti ammessi nella dieta devono essere consumati esclusivamente crudi;

dieta fruttariana

è consentito il solo consumo di frutta fresca o secca. Dal punto di vista nutrizionale è una dieta certamente molto sbilanciata.

 

Con questo articolo non ci interessa valutare l’aspetto etico e ambientalistico relativi a questo argomento, ma analizzare la dieta vegetariana per il suo effetto sulla salute.

Abbiamo già sottolineato come sia fondamentale gestire con attenzione questo tipo di alimentazione perché se è vero che la dieta vegetariana può avere diversi aspetti positivi, è  altresì vero che espone al potenziale rischio di andare incontro a carenze nutrizionali se non gestita correttamente.

Vantaggi:

Frutta, verdura e legumi sono un’ottima fonte di nutrienti fondamentali per il nostro organismo. Contengono vitamine, minerali, fibra e antiossidanti. Questi ultimi sono importanti per la loro capacità di combattere i radicali liberi dell’ossigeno, prodotti delle reazioni metaboliche che hanno effetti negativi sull’organismo. Possono essere causa di mutazioni a carico del DNA, condizione che può favorire la comparsa di tumori. Tra gli antiossidanti troviamo le vitamine A, C, E, i polifenoli e i flavonoidi, il licopene, abbondantemente presenti nei vegetali (soprattutto quelli di colore giallo/arancione, i frutti rossi, i pomodori…).

La dieta vegetariana apporta buoni quantitativi di fibra, che migliora la motilità intestinale diminuendo il tempo di contatto delle sostanze di rifiuto con le mucose, favorendone l’eliminazione. Questo può avere effetto protettivo verso l’insorgenza di tumori del tratto intestinale. La fibra, che il nostro organismo non riesce a digerire, viene comunque utilizzata dai microrganismi della flora batterica intestinale, con conseguente produzione di sostanze utili (es. acidi grassi a corta catena). In più favorisce un miglior controllo della glicemia e del peso e diminuisce l’assorbimento di colesterolo.

Un minor consumo di alimenti di origine animale riduce, inoltre, l’apporto di colesterolo e grassi saturi che, se presenti in eccesso nella dieta, possono favorire l’insorgere di patologie cardiovascolari, ipertensione, tumori e facilitare l’aumento di peso.

Svantaggi:

Se la gestione non è adeguata, però, le diete vegetariane, possono causare carenze nutruzionali, dovute a insufficiente assunzione di alcuni nutrienti. A rischio sono, in particolare, le varianti più restrittive, quindi la dieta vegana e quella fruttariana, le quali eliminano completamente gli alimenti di origine animale e quindi tutta una serie di nutrienti in essi contenuti.

Il nutriente più penalizzato sono sicuramente le proteine, fondamentali per il nostro organismo, per la loro funzione strutturale (costituiscono i tessuti, i muscoli in particolare), regolatrice (ormoni ed enzimi) ed energetica. Le proteine animali sono qualitativamente superiori perché più complete come composizione in aminoacidi, rispetto a quelle vegetali. Infatti, legumi e cereali, pur apportando discrete quantità di proteine, sono carenti in alcuni aminoacidi essenziali.

Anche l’apporto di vitamine del gruppo B, in particolare la B12, importante per il buon funzionamento del sistema nervoso, può risultare deficitario.

L’esclusione del pesce comporta una riduzione dell’apporto di acidi grassi omega 3, nutrienti essenziali utilissimi al nostro organismo, in particolare per i loro effetti positivi sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari e dei tumori.

Una dieta vegetariana non bilanciata potrebbe causare carenza anche di alcuni minerali come  ferro, calcio e zinco, utili rispettivamente per la costituzione dei globuli rossi e il trasporto di ossigeno nel sangue (una carenza di ferro può causare anemia), per la salute di ossa e denti, per il corretto funzionamento del sistema immunitario.

Come gestire correttamente la dieta vegetariana?

Una buona gestione della dieta vegetariana permette di godere dei vantaggi e limitare gli svantaggi sopra elencati. Ecco qualche consiglio:

. variare le scelte: in ogni gruppo alimentare ogni alimento ha una propria specifica composizione in nutrienti Variare le scelte ci permette di assumere una più vasta gamma di micro e macronutrienti;

. scegliere prodotti di stagione, quindi prodotti freschi che apportino una più ottimale quota in nutrienti;

. operare sostituzioni corrette: inserire regolarmente nella dieta alimenti che possono sopperire quelli mancanti. Le proteine animali possono essere correttamente sostituite abbinando cereali e legumi in piatti unici, che compensano le rispettive carenze in aminoacidi e dal consumo di soia; olio extravergine di oliva, noci e semi forniscono acidi grassi polinsaturi; il ferro ha buone fonte vegetali (soia, legumi, frutti secchi) ma viene assorbito meno facilmente rispetto a quello presente negli alimenti animali, mentre il calcio, che è tipico di latte e latticini, può essere assunto comunque in buone quantità tramite vegetali a foglia verde (famiglia dei cavoli), derivati della soia e acqua;

. latte, latticini e uova: per i non vegani, consumare questi cibi rende la dieta più completa. Attenzione però a non eccedere in quanto fonti di acidi grassi saturi e colesterolo;

. prediligere prodotti integrali: i cereali meno raffinati apportano un più ampio spettro di nutrienti che rende più completa la dieta;

Concludendo, diversi studi scientifici evidenziano come, effettivamente, chi segue una dieta vegetariana  ha mediamente livelli più bassi di pressione sanguigna e colesterolo ematico e un minore rischio di sviluppare di malattie cardiovascolari e tumori. Questi dati devono però essere analizzati alla luce del fatto che, spesso, chi adotta un regime vegetariano o vegano, è più attento alla propria salute in generale e conduce uno stile di vita più sano, praticando più attività fisica e astenendosi consumo di alcol e fumo.

Gli stessi effetti benefici sulla salute possono essere ottenuti, infatti, anche mantenendo una dieta onnivora che rispetti i dettami della dieta mediterranea e le indicazioni sintetizzate nella piramide alimentare. Una dieta bilanciata e priva di eccessi, quindi, è sempre la strategia vincente. (vedi articolo “alimentazione sana” à cliccabile).

La piramide vegetariana

Fonti:
http://epic.iarc.fr
http://www.airc.it
http://eurispes.eu
http://ajcn.nutrition.org/content/89/5/1627S
http://www.heart.org/HEARTORG/
http://www.mayoclinic.org

Il riso rosso fermentato: un alleato contro il colesterolo alto

18 Gen , 2017,
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Oggi giorno l’ipercolesterolemia è uno dei principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari e il riso rosso fermentato è uno degli integratori più utilizzati per il controllo del colesterolo alto, ma cos’è esattamente?
Si tratta di comune riso da tavola (Oryza sativa) che viene fermentato grazie all’ausilio di vari ceppi di lievito Monascus purpureus, dal quale dipende anche la caratteristica colorazione rossa.
Già nell’800 a.c., questo particolare alimento, è stato introdotto in Cina e, nel quattordicesimo secolo, è stato riconosciuto ufficialmente dalla farmacopea cinese come alimento benefico per la salute umana.
Durante i processi enzimatici della fermentazione si formano alcune molecole biologicamente attive, le monacoline, responsabili degli effetti positivi di questo alimento, in particolare la monacolina K, che risulta chimicamente affine alla lovastatina, farmaco utilizzato per il trattamento dell’ipercolesterolemia.
Il meccanismo d’azione di queste sostanze nell’organismo, infatti, è il medesimo, ossia svolgono un’inibizione selettiva sull’enzima HMG-CoA reduttasi, responsabile della produzione endogena di colesterolo. Di conseguenza abbiamo una ridotta produzione di substrato intermedio (il mevalonato) e una minore quantità di prodotto finale.
Al fine di valutare l’effettiva efficacia di questo prodotto nel migliorare i livelli di colesterolo, sono stati effettuati diversi studi. Uno di questi è stato condotto in Cina ed ha evidenziato, dopo 8 settimane di trattamento su 324 soggetti dislipidemici, una riduzione del 23% del colesterolo totale, del 31% delle LDL e del 34% dei trigliceridi, allo stesso tempo si è avuto un aumento del 20% dei livelli di HDL (1). Nel 1999 un ulteriore studio effettuato su 88 soggetti con ipercolesterolemia trattati con Monacolina K, ha evidenziato, nel lasso di tempo compreso dalle 8 alle 12 settimane, una significativa riduzione delle concentrazioni ematiche di LDL, rispetto ad un secondo gruppo di pazienti trattato con placebo (2).
Ulteriori studi hanno dimostrato i medesimi effetti in seguito a trattamenti analoghi (3).
L’organo europeo che vigila sulla sicurezza in campo alimentare, l’EFSA (European Food Safety Authority), nel 2011 sì è ufficialmente pronunciato riconoscendo l’efficacia degli effetti attribuiti al riso rosso fermentato (4). Il quantitativo giornaliero ideale di Monacolina K, utile per il controllo della concentrazione ematica di colesterolo LDL, secondo gli esperti, è pari a 10mg.

Semaforo verde quindi, all’utilizzo di questo integratore al fine di migliorare il proprio profilo lipidico in caso di ipercolesterolemia, ma attenzione al fai da te!

La monacolina, come abbiamo detto, risulta affine alle sostanze contenute nei farmaci ipocolesterolemizzanti, le statine. Come queste, presenta gli stessi rischi nello sviluppo di effetti collaterali, che interessano principalmente il sistema muscolare quali miopatie, ovvero dolore e fastidi o, nei caso più gravi, rabdomiolisi, rottura delle cellule muscolari.
È importante sottolineare che è opportuno consultare sempre il proprio medico di base prima di utilizzare qualsiasi prodotto, che sia un farmaco o un “semplice” integratore, che presenta effetti farmacologici sul nostro organismo.
Un concetto assolutamente errato è quello di pensare che gli integratori o i prodotti denominati naturali, siano privi di possibili effetti collaterali proprio perché naturali. Basti pensare che molti principi attivi dei farmaci derivano proprio da sostanze naturali (la morfina derivata dall’oppio è un ottimo esempio).
Non auto-prescriviamoci, quindi, trattamenti di qualsiasi genere senza consultare il medico di fiducia.
Per il trattamento, e soprattutto la prevenzione, dell’ipercolesterolemia, non dobbiamo dimenticare la fondamentale importanza di una dieta bilanciata e rispettosa delle linee guida della dieta mediterranea, fondamentale per il ripristino e il mantenimento di un buon profilo lipidico.
In quest’ottica, le buone abitudini nutrizionali sono le seguenti:
. prediligere il consumo di carni magre (pollo, tacchino, vitello…);
. limitare il consumo di alimenti e farmi ricchi di colesterolo e grassi saturi (carne rossa, salumi, grassi animali, formaggi grassi…);
. aumentare la quota di fibra nella dieta con verdura, frutta, legumi, cereali integrali, derivati della soia;
. aumentare il consumo di pesce e frutta a guscio per incrementare l’apporto di acidi grassi “buoni”;
. prediligere gli oli di origine vegetale (olio extravergine di oliva), rispetto ai grassi di origine animale (burro, panna, strutto..);
. limitare il consumo di cibi grassi e fritti;
. limitare l’introito di cibi e bevande ricchi di zuccheri;
. limitare le bevande alcoliche

Immancabile pedina nella lotta al colesterolo alto è l’esercizio fisico, infatti una regolare attività aerobica, praticata almeno 3 volte a settimana per circa un’ora, aumenta i livelli di “colesterolo buono” HDL, riducendo così il rischio di sviluppare patologie cardiovascolari.
Fonti:
http://www.inpha2000.it/wp-content/uploads/Risorosso.pdf
https://www.efsa.europa.eu/it
http://www.inran.it

Bibliografia:
⦁ J. Wang, Z Lu, J Chi et al “Multicenter clinical trial of the serum lipid-lowering effects of a Monascus purpureus (red yeast) rice preparation from traditional Chinese medicine”. 1997 Curr Ther Res 58:964-978
⦁ Heber D, Yip I, Ashley JM, Elashoff DA, Elashoff RM and Go VL, 1999. Cholesterol-lowering effects of a proprietary Chinese red-yeast-rice dietary supplement. American Journal of Clinical Nutrition, 69, 231-236.)
⦁ Lin CC, Li TC and Lai MM, 2005. Efficacy and safety of Monascus purpureus Went rice in subjects with hyperlipidemia. European Journal of Endocrinology, 153, 679-686
⦁ http://macrolibrarsi.s3.amazonaws.com/pdf/EFSA_Scientific_Opinion_Monacolin_K_from_red_yeast_rice.pdf